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Contributo di Adriana Giacchetti

È difficile spiegare cosa significhi partecipare a un incontro di Playback Theatre, (qui la pagina facebook del collettivo di Trieste) forma di teatro sociale nata negli USA negli anni ’70 del secolo scorso. È un’esperienza di condivisione emotiva, in cui ridi, ti commuovi, sogni, ti viene il magone… Ogni volta è diversa, perché non c’è un copione prestabilito. Gli attori e le attrici in scena, con corpo e voce, semplicemente restituiscono ciò che le persone presenti nel pubblico decidono di raccontare.

Teatro di improvvisazione? Anche. Ma c’è molto di più.

Mercoledì 24 agosto in Piazza Puecher, grazie all’organizzazione di Campo libero, una rete autogestita e solidale di realtà che gravitano nel quartiere di San Giacomo a Trieste, si è svolta una serata con Playback TheatreFVG.

Piazzetta defilata rispetto all’arteria principale del rione, sedie portate in piazza dalle organizzatrici e da alcune persone ormai abituate a portare la propria da casa. In tutto circa 120 persone, attente e curiose.

Teatro interattivo? Anche. Ma non quello che ti fa venire l’ansia perché l’attore si fa grande in scena e prende di mira qualcuno della platea fino a spolparlo; il pubblico si sganascia e il malcapitato non dimenticherà mai il disagio provato. No, qui c’è Isabella Pegin, la conduttrice di Playback TheatreFVG, curriculum artistico come un lenzuolo (vale la pena leggerlo), che coordina attrici, attori e musicista sulla scena. E interagisce col pubblico, con delicatezza, con un’attenzione che mette subito a proprio agio chi mai avrebbe pensato di raccontare in una piazza un episodio della propria vita, davanti a tanti sconosciuti. Isabella ascolta, pone qualche domanda per avere più immagini e suggestioni, e con rapidità fulminea suggerisce al gruppo una formula con cui riproporre in scena quanto appena ascoltato.

Tecnica precisa e abbondante per tutte e tutti, e tanta umanità. Perché ciò che viene raccolto non viene mai giudicato: è una restituzione appunto. L’assenza di giudizio si dilata a tutto il pubblico. Questa è la magia del PT, permettere alle persone di stare assieme per un’ora, poco più, abbandonando il costante indice puntato contro qualcuno o contro l’universo, che mediamente caratterizza il nostro vivere sociale.

Racconti intimi, ricordi d’infanzia a rincorrere piccioni, d’attesa di cibi prelibati portati nel cartoccio dalle mani di un padre, di immigrazione faticosa e di rinascita, di pacchi di farina che entrano ed escono dalla finestra, di alberi tagliati dall’amministrazione comunale che prima di morire ricevono l’abbraccio di chi li ha amati e ha tentato invano di proteggerli … e tanto altro. Racconti e ricordi legati al quartiere, come richiesto a inizio serata. E anche quando quell’indice puntato si rialza nel racconto di una spettatrice, non convince fino in fondo, non trascina nel giudizio, piuttosto evidenzia una difficoltà a lasciar andare gli eventi del passato e a vivere i cambiamenti interni ed esterni.

Tutto ciò che viene raccontato viene rinarrato e restituito in pochi minuti, con gesti a volte ribattuti, parole chiave, corpi in cena che formano temporanee sculture vibranti di vita, dove tutto ha dignità, tutto ha diritto ad essere onorato e riconosciuto. Altra magia: l’esperienza vissuta con Playback TheatreFVG dimostra che il valore del racconto è in primis il raccontare, il creare cerchio d’accoglienza, l’apparentemente semplice tessitura di quei fili invisibili che formano la rete tesa a sostenere tutte le persone presenti, indipendentemente dal ruolo giocato in piazza.

La serata si conclude, Isabella chiude il microfono, il musicista ripone i propri strumenti, attrici e attori si fermano, il faro viene spento… ma la piazza rimane vibrante di voci. Il pubblico continua a parlare, a raccontare, a commentare, gustando la temporanea comunità.

Adriana Giacchetti

[Foto della testata: Facebook. Nell’articolo: due momenti della serata. Foto di Gianluca Paciucci]

 

 


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